E-Government

La digitalizzazione della PA italiana: qual è lo stato dell’arte?

Written by Roberta Cinus

Da diversi anni l’Italia non ottiene buoni risultati nella classifica DESI – Digital Economy and Society Index. Il DESI è uno strumento che fa capo a ricerche dell’Unione Europea e monitora le prestazioni degli Stati membri in termini di connettività digitale, competenze digitali, uso dei servizi internet da parte dei cittadini, digitalizzazione delle imprese e dei servizi pubblici. Nel 2018 su 29 Stati l’Italia si classifica solo 27ª. E anche l’indice ottenuto nell’E-Government Survey delle Nazioni Unite non ci fa onore, classificandoci al 24° posto nella classifica mondiale.

Possiamo parlare di allarme “Paese analogico”. Tuttavia è bene non scadere in luoghi comuni, identificare correlazioni e osservare anche cosa sta cambiando… e cosa dovrebbe cambiare!

Norme e protagonisti della Digitalizzazione della PA italiana

L’emergenza digitale era già più che ufficiale nel 2016 quando Diego Piacentini, ex manager illuminato di Apple prima ed Amazon poi, fu nominato Commissario Straordinario per la Trasformazione Digitale. Piacentini, in carica fino allo scorso settembre, fu messo alla guida del Team per la Trasformazione Digitale con lo scopo di creare una governance centrale operativa, efficace e competente capace di garantire il ruolo di coordinamento progettuale che desse piena attuazione all’Agenda Digitale Italiana. Questa agenda nazionale ha come obiettivo la crescita dell’economia digitale tramite processi di innovazione tecnologica di infrastrutture e servizi, in linea con l’Agenda Europea che definisce obiettivi di crescita fino al 2020.

Il Team per la Trasformazione Digitale funziona come una sorta di costola strategica, di coordinamento e operativa dell’AgID – Agenzia per l’Italia Digitale già istituita invece nel 2012, anno in cui la figura del Commissario era stata in realtà già inaugurata, rimanendo attiva solo fino al 2014. Ma appunto mancando la continuità, il cambiamento si è inevitabilmente arenato.
Oggi l’AgID è guidata da Teresa Alvaro, ex Direttore delle Tecnologie per l’innovazione per l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli che vanta un contributo importante al lavoro di digitalizzazione dell’ente.

Infine, il quadro dei protagonisti è completato dal Ministero per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione, attualmente ricoperto da Giulia Bongiorno e a cui l’AgID fa direttamente capo. Mentre il Commissario riporta direttamente alla Presidenza del Consiglio.

Dal punto di vista normativo invece, nonostante la normativa funzionale alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione esistesse già dal 2005 con il Codice dell’Amministrazione Digitale [CAD], è servito un nuovo D.Lgs. nel 2017 [n. 217 del 13 dicembre] per rendere il CAD effettivo.

Insomma una task force eterogenea e norme in fermento. Ma a che punto siamo? A cosa serve digitalizzare? Quali sono gli obiettivi? Cosa serve per trasformare l’Italia?

Te lo voglio raccontare attraverso le parole dei protagonisti di questa rivoluzione digitale. Nella lunga video intervista di Luca Attias (attuale Commissario Straordinario per la Trasformazione Digitale) a Diego Piacentini durante Forum PA 2017 e nell’intervista di Piacentini su LA7 ci sono tantissimi spunti per capire dove siamo arrivati e quanto ci sia ancora da fare per digitalizzare il Paese realizzando davvero l’e-government.

Digitalizzare per semplificare, crescere, combattere sprechi e corruzione

Quando si parla di digitalizzazione della PA si intende un ampissimo spettro di attività che vanno dalla gestione delle infrastrutture digitali alle piattaforme, dalla banda larga alla cyber security, dalla sanità alla scuola fino ad arrivare ai piani di investimento industriale che mirano a rendere il nostro Paese più competitivo a partire dal digitale appunto (ad. esempio, il piano Industria 4.0).

A complicare ulteriormente la scena c’è poi il numero elevato di enti protagonisti: in Italia si contano intorno ai 13.000 enti pubblici, tra cui Enti Territoriali (quali Stato, Regioni, Provincie, Comuni, Aree Metropolitane, etc), Enti Pubblici non Economici (come INPS, Croce Rossa, CONI), Enti Pubblici Economici, Agenzie e Scuole.

È evidente, anche in base all’esperienza della PA che abbiamo nella nostra vita quotidiana, che il rischio disorganizzazione, frammentazione e sprechi sia all’ordine del giorno. L’Italia soffre di un debito tecnologico risultato di inefficienze dovute a processi duplicati e lavoro superfluo radicato in infrastrutture tecnologiche obsolete o inadeguate. La digitalizzazione risulta quindi un modo necessario per organizzare, uniformare, semplificare e risparmiare superando le inefficienze e la troppa burocrazia, combattendo sprechi e soprattutto supportando la crescita e la competitività.

Il piano per la digitalizzazione può essere considerato quindi un piano che risponde a una richiesta di risparmio: investire sulla digitalizzazione porterebbe a un risparmio di 800 milioni di euro con un’incidenza di mezzo punto sul PIL. Tuttavia come ben sottolinea Diego Piacentini in entrambe le video interviste qui incluse: per risparmiare tanto nel lungo periodo bisogna investire molto nel breve periodo, ma il risultato sarà farlo “a costo zero” nel lungo periodo con evidenti progressi e guadagni in termini di sviluppo sociale e culturale.

Per usare le parole di Luca Attias infatti:

Oggi come oggi la civiltà di un Paese si misura anche dal grado di digitalizzazione raggiunto

Dare vera attuazione alla normativa sul digitale si impone quindi come vera leva per il cambiamento del Paese capace di generare virtuosità in diversi ambiti e, sempre secondo Attias, perfino di incidere su uno degli annosi problemi della nostra società, ovvero la corruzione.

La vera sfida politica della digitalizzazione: la semplificazione dei processi grazie alle competenze

Come sottolinea Diego Piacentini perché la digitalizzazione sia efficace e porti risultati reali, l’Italia ha bisogno di uno shock, di una rivoluzione nella gestione dei progetti e dei processi.

Per quanto la tecnologia sia fondamentale e necessaria, non è il solo elemento a cui prestare attenzione: la macchina amministrativa italiana soffre di decenni di gestione fatta da persone non competenti. Essere consapevoli di ciò implica una sfida politica ovvero avere la decisione di introdurre nuove competenze e leadership nella PA, indispensabili per gestire con successo la trasformazione.

Contrariamente a quanto pensano ancora molti dirigenti e funzionari italiani implementare la trasformazione digitale non è la semplice applicazione di tecnologie digitali a vecchi processi, un modus operandi che complica anziché semplificare. Piuttosto:

Il pensiero “digitale” deve influenzare il miglioramento dei servizi pubblici (e l’eliminazione dei processi e delle norme inutili) e non automatizzare i processi esistenti. La trasformazione digitale è la reinvenzione del modo in cui i servizi pubblici sono concepiti, disegnati, implementati e gestiti.[*]

Un approccio nuovo quindi quello che sta cercando di implementare con decisione la figura del Commissario Straordinario e il suo Team per la Trasformazione Digitale. Un approccio al problem solving in cui non bastano le buone intenzioni e in cui serve anche un cambiamento culturale che intenda la tecnologia come testing e possibilità di errore. Perché i processi di trial and error e i meccanismi ben ingegnerizzati hanno bisogno di tempo per portare a risultati ed essere implementati con successo.

Tuttavia Piacentini sottolinea più volte che questo tipo di processi ripaga nel lungo periodo, e ce lo insegna attraverso il motto che ha imparato lavorando in Amazon:

Le buone intenzioni non funzionano, i buoni meccanismi sì – Jeff Bezos

Piacentini evidenzia inoltre che questi problemi non sono diffusi solo nella PA: anche molte aziende devono lavorare sodo per diventare efficienti e faticano a innovarsi. Servono molta determinazione e tante competenze per capire cosa si debba fare e saperlo gestire efficientemente.

Piacentini invita a non barricarsi dietro la scusa della mancanza di fondi che considera un falso problema, perché il prezzo delle tecnologie sta crollando vorticosamente.

Purtroppo il problema della PA italiana sta nell’aver perso un decennio di competenze digitali grazie al blocco delle assunzioni. Nel personale non sono entrati nuovi manager della generazione digitale e se anche è vero che è possibile formare il personale già parte dell’organico, il background è molto diverso da quello di chi ha avuto modo di studiare tecnologia e l’implementazione di processi complessi fin da giovane.

Per dare un’idea di come questo processo di reclutamento delle competenze digitali sia pervasivo nell’intero mondo dell’innovazione, Piacentini invita a osservare cosa accade nel privato, dove i nuovi CEO sono gli ex CTO e le competenze tecnologiche sono considerate imprescindibili per la competitività.

La simpatica locandina di Protocollo Cloud usata da Attias durante l’intervista a Piacentini [Forum PA]

La sfida di inserire una nuova leva di leader competenti implica anche un imprescindibile obiettivo di formazione dei manager del futuro capaci di creare un futuro diverso. Senza sconfinare nell’analisi di macro problemi educativi, Piacentini e Attias auspicano che i nuovi manager siano figure ibride, avvezze allo studio complementare di discipline diverse: matematica e filosofia, o marketing e matematica, per esempio. E ovviamente i bambini devono essere incoraggiati sia a studiare tecnologia che allo studio interdisciplinare.

Cambiamenti possibili sia nel breve che nel lungo periodo? Sì, purché ci sia la volontà politica di voler far funzionare la macchina amministrativa. Infatti, secondo Piacentini, ciò che è mancata finora da parte della leadership politica è la presa di coscienza che non si può una buona politica senza una buona macchina amministrativa efficiente. Gli investimenti in tecnologia sono stati considerati a latere della politica mentre serve la volontà di guidare la trasformazione rendendola parte integrante del lavoro della Presidenza del Consiglio dei Ministri, considerando il digitale non uno slogan politico ma un mezzo per risolvere problemi e fare cultura.

Un processo consapevolezza politica dell’importanza strategica del digitale che è già iniziato, ad esempio con la firma del Piano Triennale da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Tuttavia, sia secondo l’attuale che l’ex Commissario la legge dovrebbe occuparsi più dei macroprocessi e delle linee guida, lasciando maggiore flessibilità sui microprocessi: purtroppo oggi le norme sono troppo tecniche e fanno da vincolo alla trasformazione, mentre la tecnologia è dinamica e necessita di esecuzione dettagliata.

La complessità della trasformazione è quindi una sfida politica ma anche di esecuzione, un’esecuzione proprio a carico del Commissario che in quanto straordinario deve creare strumenti e offrire processi scalabili e ripetibili che devono essere self-service mettendo in grado le diverse agenzie di lavorare per l’attuazione di linee guida.

Tanto è stato fatto in questi anni, ad esempio attraverso le piattaforme create da Developer e Designer Italia ma serve fare molto ancora e l’appello di Piacentini e Attias è sia al buon senso di tutti i dipendenti dalla PA, sia al Governo. Perché la trasformazione digitale non ha colore politico e deve esser parte integrante dell’agenda governativa.

Piacentini spiega che fattori come il ranking DESI può essere scalato solo in tempi molto lunghi altrimenti si rischia di voler cambiare le ruote ad una Ferrari che sta andando a 300 all’ora e senza pitstop.

Lasciando da parte scetticismo e dubbi legati a una potenziale resistenza al cambiamento, è inevitabile notare che un primo passo sembra sia stato fatto con successo e che la roadmap prometta bene. Magari un buon meccanismo sanzionatorio aiuterà. Ad Majora e Fingers Crossed!

 

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About the author

Roberta Cinus

Creatrice e Architetto di Contenuti / Stratega ed Esecutrice di ogni attività di Marketing / Entusiasta di UX, Design e Fotografia / Amante del mare e dello sport

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